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Coronavirus VS Diritti e Libertà Fondamentali

La mia regola per tutti gli interventi in ambito professionale è soluzioni e non opinioni, perché credo sia fondamentale offrire un’utilità pratica a chi legge. Questo post potrebbe essere un’eccezione: sto scrivendo più per me che per gli altri.

Il tema è quello del coronavirus, nello specifico le misure smart da adottare per ridurre i contagi. Naturalmente, mi riferisco alle basi giuridiche di queste misure.


Sento spesso il paragone con le misure adottate in Cina, in termini da escludere che qui siano provvedimenti attuabili per il diverso approccio che abbiamo ai diritti e alle libertà fondamentali. Ma è vero per tutte? La Cina ha da tempo adottato sistemi di videosorveglianza e di analisi biometrica/riconoscimento dei soggetti che farebbero pensare di essere in un episodio di Black Mirror (Human Rights Watch ne ha scritto in più occasioni, vedere qui). Al tempo del coronavirus, questi sistemi vengono utilizzati per rintracciare le persone risultate positive che si allontanassero da casa ma anche, a monte, per verificare gli spostamenti e i contatti dei giorni precedenti, in modo da adottare misure di contenimento mirate. L’approccio è stato adottato anche in Paesi dove non sono sostanzialmente presenti derive autoritarie, come per esempio la Corea del Sud e Singapore. I risultati sembrano essere validi, con la possibilità di indirizzare con maggiore precisione le misure di contenimento mentre le aree e categorie a basso rischio possono continuare a operare (ne ha scritto Wired e anche Il South China Morning Post).

Eppure, preoccupa il tema della protezione della privacy delle persone, dei contagiati in particolare: la riservatezza dei loro spostamenti e incontri.

La riservatezza è un diritto a cui viene riconosciuta rilevanza costituzionale, in quanto ritenuto parte dei diritti inviolabili dell’uomo (previsto anche dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea – art. 8), garantiti dall’art. 2 della Costituzione.

Ci sono altri diritti e libertà riconosciuti dalla Costituzione, tra cui la libertà di movimento (art. 16) il diritto di riunione (art. 17), il diritto al lavoro (art. 35) e di iniziativa imprenditoriale (art. 41). In questi giorni, queste libertà fondamentali sono state significativamente limitate nell’interesse di un valore giudicato prevalente, il diritto alla salute – del singolo e collettiva (art. 32).


Perché non dovrebbe cedere di fronte al diritto alla salute, ma anche agli altri diritti fondamentali, il diritto alla privacy?


L’ormai noto GDPR (Reg. UE 679/2016) prevede esplicitamente che dati personali, anche sensibili come quelli sanitari, possano essere trattati nel caso in cui il trattamento sia ‘necessario per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, quali la protezione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero …[…]’ (art. 9.2.i GDPR). L’utilizzo di questi dati a scopo preventivo, in un momento in cui l’OMS ha dichiarato la presenza di una pandemia, non vuol dire acconsentire ad un utilizzo indiscriminato. I principi di limitazione delle finalità di trattamento e di conservazione, così come quello di privacy by designdei sistemi utilizzati per queste elaborazioni, insieme a tutte le altre salvaguardie previste dal GDPR, dovrebbero essere naturalmente applicate. I dati potrebbero perfino essere anonimizzati, in modo da individuare zone ad alta presenza di contagiati per l’adozione di misure di contenimento, senza necessaria identificazione dei soggetti. Sulle diverse possibilità e il loro grado di compatibilità con il GDPR, ho trovato interessante l’ultima puntata di 2024 (podcast integrale disponibile qui).


L’intento non è quello di contestare le misure adottate sin qui, ma di esprimere la speranza che dopo questa prima fase l’approccio possa ampliarsi, con accorgimenti che permettano qualche misura di continuità delle attività quotidiane.


Concludo con un’osservazione basata su questi dati:

  • sembra che ci si possa attendere che i contagi rallentino quando circa il 60/70% della popolazione avrà contratto il virus (tra i tanti, così il World Economic Forum);

  • c’è una percentuale di persone che si ammalano che ha bisogno di assistenza medica intensiva. Questo dato non sembra essere univoco, ipotizziamo un ottimistico 6%;

  • volendo anche solo considerare l’Italia come un sistema isolato, cosa che non è, siamo in circa 60 milioni di persone e abbiamo circa 6.000 posti letto in terapia intensiva.

Su questa base, a meno che non venga trovata una cura o un vaccino, se puntiamo alla soluzione della situazione per una sorta di ‘immunità di gregge’, occorre si ammalino circa 36 milioni di persone (contando il 60% della popolazione). Tra queste, avranno bisogno di cure intensive circa 2.160.00 persone (contando il 6% dei contagiati). Per ‘smaltire’ questo numero stando nei limiti gestibili dal nostro sistema sanitario, quanto tempo ci vorrà? Potremo mantenere limitazioni stringenti quanto le attuali per tutto il tempo necessario?


Mi pare evidente che – a partire dal 3 aprile (salvo estensioni delle attuali misure) – occorrerà trovare misure alternative al cd ‘blocco’. Se queste comportano una limitazione del diritto alla privacy, come la tracciatura degli spostamenti delle persone contagiate e simili, crediamo di poterlo affrontare in termini legalmente accettabili? Io dico di sì – e credo lo dica anche il GDPR.

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